Le lacrime rigano il volto di Rhadi per la prima volta dopo mesi. Abbraccia suo figlio per un tempo che sembra infinito. Lo guarda, lo culla, lo stringe mentre cerca di addormentarlo. Dentro la tenda, sua moglie riposa. Per nove mesi, ha portato in grembo quel bambino mentre le bombe esplodevano ogni giorno più vicino alla sua casa. Ha patito la fame, il freddo e il caldo torrido dell’estate nella Striscia. Non ha potuto ricevere tutte le visite necessarie. È stata sfollata tre volte: prima a Gaza, poi a Nuseirat, poi di nuovo a Gaza. E le ultime settimane prima del parto le ha passate nascosta insieme al resto della sua famiglia senza sapere se avrebbe mai potuto vedere nascere suo figlio.
Giorni di terrore e di angoscia, segnati anche dal ferimento di suo marito. Un missile israeliano lo ha sfiorato mentre camminava nei pressi del mercato. E tra i 70 feriti provocati dall’esplosione c’era anche lui, portato di corsa in ospedale. Un calvario durato due settimane, tra operazioni d’urgenza, medici esausti, mancanza di antibiotici, e che è finito proprio quando è nato suo figlio. Venuto alla luce mentre a Gaza si fermavano per la prima volta le bombe.
«Lo abbiamo chiamato Mohammed - racconta Rhadi - speriamo che questo nome sia di buon auspicio per lui». «Abbiamo passato mesi nascosti, aspettando che nascesse - continua il ragazzo - ora che si sono fermati gli attacchi speriamo solo che possa vivere senza paura di morire». Vicino a lui, c’è anche Yazan, il figlio più grande. Capelli neri, gli occhi ancora più scuri. Lo sguardo di chi si sente già responsabile di quel fratellino avvolto nelle coperte. Non ha lasciato suo padre in ospedale e non ha voluto nemmeno lasciare la mamma appena è tornata dalla sala parto. È già grande, come tutti i bambini della Striscia. In questi due anni, non ha vissuto come il resto dei suoi coetanei nel mondo. Ha conosciuto fin troppo presto la morte. Ha dovuto riconoscere il ronzio dei droni, il rumore delle bombe, ha imparato a capire come destreggiarsi tra le macerie, come evitare le schegge.









