Ha vinto il maestro dell’apocalisse, il genio dell’infinito, l’anatomo della desolazione. Sono definizioni prese in prestito da Susan Sontag per descrivere il romanziere e sceneggiatore ungherese László Krasznahorkai, che ha ricevuto il Nobel per la letteratura. Oppure, come dice oggi il suo predecessore Orahn Pamuk a La Stampa: «Ha vinto la complessità in una società globale che tende sempre di più alla semplificazione». Nato a Gyula nel 1954, Krasznahorkai, «descrive la desolazione nella sua forma più spaventosa, e compila un toccante manuale di resistenza attraverso l'interiorità», scriveva Sontag. Il suo nome è uno di quelli che, negli ultimi anni, è emerso con convinzione sempre crescente parlando di Nobel. A leggerlo alla luce di oggi, il riconoscimento assegnato due anni fa al drammaturgo norvegese Jon Fosse sembra quasi una premonizione. La linea che corre tra Fosse e Krasznahorkai è diretta. La sua poetica, come quella di Fosse, trae ispirazione dal basso della condizione umana, ma ne coglie ancora più precisamente – anzi, con terribile esattezza – le pulsioni recondite e ne illumina gli anfratti oscuri. In Melancolia della resistenza, romanzo uscito per la prima volta nel 1989 (pubblicato in Italia da Bompiani per la traduzione di Dora Mészàros e Bruno Ventavoli) che traccia la cronaca dello sconvolgimento emotivo di un remoto villaggio ungherese all’arrivo di un circo che trasporta la carcassa della più grande balena mai comparsa sulla terra, è raccontato lo stravolgimento di un’epoca e di un sistema di valori. La comparsa dell’estraneo, e per di più fenomenale, è per il villaggio il segno che tutto è destinato a cambiare e così, inevitabilmente cambierà. Attraverso le piccole e rovinose vite dei suoi personaggi, Krasznahorkai mette in scena il teatro del mondo che si riflette ovunque e che prima o poi arriva anche dove non ci si aspetterebbe. Sul confine della tundra desolata. Se già dal suo esordio (avvenuto nel 1985 con il romanzo Satantango - in Italia da Bompiani, tradotto da Dóra Várnai - e poi trasposto in pellicola ne 1994 dal maestro Béla Tarr, col quale ha collaborato su numerose sceneggiature) l’intento di Krasznahorkai era quello di trovare una lingua diversa, che gli permettesse di smarcarsi da tutti i predecessori e scovare un nuovo modo per raccontare la «realtà unica e patetica che tutti singolarmente viviamo, dimenticando Kafka e Dostoevskij per trovare una via inedita», come ha dichiarato in un’intervista di qualche anno fa, si può dire che abbia trovato il suo metodo in una scrittura che, proprio come il bianco e nero granuloso e a tratti inquietante di Tarr, rende giustizia alla sua missione. È un metodo mutuato dalla scrittura musicale che conosce bene e che vede in ogni segno un profondo significato, non solamente stilistico, ma pratico. Come nella musica ogni pausa ha un senso e ogni cavalcata contiene emotività; l’inversione, la cancellazione o l’aggiunta di un elemento può far crollare l’equilibrio e precludere la perfezione. Spesso le sue frasi non finiscono, la punteggiatura rimane sospesa in un unico fiato ininterrotto e i periodi sembrano non voler mai concedere la pacificazione di una tregua. Non è un caso: le sue opere sono cosmogonie, ritratti complessivi e istantanei, tentativi di cogliere in un unico colpo di pennello la totalità del tempo occorso per formare le comunità delle quali scrive. Ma non bisogna pensare che Krasznahorkai, viaggiatore indomito e profondo conoscitore del mondo ( ha vissuto a New York, in Giappone e trascorre parte dei suoi anni a Trieste, esplorato l’Asia e l’Europa in lungo e in largo, e dovunque ha portato a con sé qualcosa che arricchisse il suo stile) viva in un tempo sospeso. Nel suo ultimo romanzo, Herscht 07769 (Bompiani, 2022), ambientato in un villaggio della Turingia improvvisamente eletto come sede da un feroce gruppo neonazista, il senso di allarme è terribilmente reale e attuale. In un crescendo musicale che l’autore ha dichiarato essere ispirato all’opera di Johann Sebastian Bach, il grido di disfatta passa attraverso la voce di un impiegato comunale, addetto alla pulizia dei graffiti dai muri, che in preda a una sempre più disperata urgenza cerca di contattare la cancelliera Angela Merkel per metterla a parte della distruzione del mondo, sempre più prossima e inevitabile. Insomma, nella sua predestinazione quello a László Krasznahorkai non è un Nobel alla letteratura scontato e, probabilmente, è anche uno di quelli che più di molti altri premi passati risponde precisamente al sentimento comune. «Abbiamo bisogno che ci mentano dicendo che abbiamo motivo di sperare», ha detto riassumendo in una frase il senso dell’attualità della sua poetica. «Che ci mentano e ci dicano che andrà meglio, che sarà tutto più luminoso, che sarà più lungo ciò che è breve, che sarà più lento ciò che è veloce». Con la sua praticità rurale parla alla pancia dei lettori, alle loro pulsioni e al loro crescente senso di angoscia per un futuro che nessuno, nemmeno lui, è in grado di tratteggiare. Ieri ha detto: «Sono molto contento di aver ricevuto il Premio Nobel, soprattutto perché questo premio dimostra che la letteratura esiste di per sé, al di là di tutte le aspettative non letterarie, e che viene ancora letta. E a quelli che la leggono infonde una certa speranza nel fatto che la bellezza, la nobiltà e il sublime ancora esistono in sé e per sé. Può dare speranza anche a coloro nei quali la vita è viva appena. Fiducia – anche se sembra che non ve ne sia ragione». L’anno prossimo uscirà per Bompiani il suo nuovo libro, Panino non c’è più.