Il Premio Nobel per la letteratura del 2025, assegnato ieri dall’Accademia di Svezia, è andato a un anticomunista. E già questa, di per sé è una gran bella notizia. Si tratta dello scrittore ungherese, definito dai critici “apocalittico”, che risponde al nome di László Krasznahorkai, da tempo considerato il più grande tra gli autori magiari viventi. E, sia pure con i forti, dovuti distinguo, il pensiero non può non andare ad altre due eccezionali penne capaci di resistere con le loro parole – pure insignite del Nobel – alle ombre rosse che incombevano sui loro Paesi: la Russia di Aleksandr Solženicyn, vincitore del Premio nel 1970 e il Perù di Mario Vargas Llòsa, campione di liberalismo che sfidò nel 1980 il futuro sanguinario dittatore di sinistra Fujimori, accreditato del Nobel nel 2010.

Ora - e in maniera assai significativa - è la volta di László Krasznahorkai. Proveniente da quell’Ungheria che ha sempre rappresentato un confine. Frontiera dell’impero asburgico prima e poi limite della Cortina di Ferro che ha incastrato il popolo ungherese, allontanandolo dalle sue radici culturali in realtà profondamente occidentali. Un humus che, però, fortuntamente Krasznahorkai non ha mai smesso di sentire suo e combattendo per difenderne le ragioni con i suoi monumentali volumi dalle radici kafkiane e lo stile di scrittura che tiene insieme Gogol, il surrealismo di Becket, ovviamente Kafka ma, a ben vedere, anche il flusso di coscienza di Joyce e del suo Ulisse. Anche se, ha sottolineato più di qualcuno, nella prosa di Krasznahorkai compare ancora un po’ più di realtà, tale da far scorrere il viaggio verso l’apocalisse che è nella mente di ognuno di noi, in maniera se possibile più lenta, quasi in un delirio ragionato. O magari, perché no, anche, idealmente, a tempo di musica, o ancora fluido come lava. Tutte definizioni accumulate negli anni dai corposissimi ma non così numerosi romanzi che compongono la bibliografia del nuovo Premio Nobel, pubblicati in Italia da Bompiani.