di Roberto Del Balzo
Come si misura la morte? Con quali strumenti vengono fatte le classificazioni di cui i santi patroni dell’informazione, sempre in televisione, impassibili, con gli occhi acquosi fissi sulle telecamere, negano lo strazio e la realtà dei civili di Gaza? Bisogna misurare quanta pelle rimane sulle ossa dei bambini e degli anziani? Quante mosche indispettite dagli ultimi lenti respiri volano sulle piaghe di un corpo ischeletrito disteso su qualche coperta?
Perché questi giornalisti, direttori e compagnia cantante sono sempre pronti a puntualizzare, spesso in modo pavido, senza assumersi la piena responsabilità di quel che affermano (rimandando a definizioni o dichiarazioni fatte da altri) che parole come “genocidio” o “carestia” non sono applicabili alla terra di morte su cui vagano senza forze gli ultimi resti dei palestinesi rimasti?
Scrivono ormai per pochi e vanno nei talk televisivi a portare la loro sprezzante negazione: vivono senz’anima, come Branca Doria, in un eterno riflesso condizionato che gli fa alzare gli scudi di protezione sul primato morale da difendere, custodi dell’indifferenza, protettori di una informazione che deforma il cuore. Parlano come se la coscienza non esistesse, come se la pietà fosse smarrita nel quotidiano tentativo di ribaltare la morale, di non concedere neppure un nome alle labbra bianche, piagate, arse dalla sete e dal sole, per loro ci vogliono calcoli, tabelle, enti a stabilire un genocidio, ci vuole soprattutto una pianificazione che per loro non esiste.







