di Rosamaria Fumarola

La domanda sul ruolo che i cittadini degli stati più fortunati del mondo svolgono nell’influenzare le decisioni dei rispettivi governi su questioni rilevanti dal punto di vista ad esempio del rispetto dei diritti umani propri o altrui, nella realtà globalizzata che viviamo ha certamente senso, ma trova risposte il più delle volte deludenti. Inerzia e disinformazione, abdicazione all’esercizio dei propri diritti fanno della gran parte dei votanti esseri umani dediti alla cura del proprio orticello, convinti di non poter incidere più di tanto su questioni importanti. Questo ripiegamento sul privato dopo gli anni della partecipazione alle grandi battaglie dei decenni precedenti, trovò espressione a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso e portò ad un recupero nemmeno tanto lento della condizione di sudditanza che ha sempre caratterizzato le masse nella storia.

Rispetto alla condanna del genocidio in atto nei confronti del popolo palestinese da parte di Israele, non può dirsi che si raccolga un’adesione generalizzata e di massa. Esiste poi una minoranza attiva che intende la propria appartenenza al genere umano come partecipazione e che si mobilità concretamente, assumendo su di sé ogni rischio, anche quello della morte, per sostenere chi in qualsiasi parte del mondo sia vittima di ingiustizia. È il popolo dei volontari, medici, giornalisti, attivisti etc. che interpretano la propria esistenza come risposta a bisogni non necessariamente propri. Combattono lontano da casa raccontando ciò che i governi preferirebbero fosse celato.