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Guido De Franceschi

Le manifestazioni del movimento GenZ 212 si susseguono da 5 giorni e si fanno più violente «Gli stadi per il Mondiale sono pronti. Ma gli ospedali?», grida la piazza. Il re Mohammed VI, invece, tace

Da cinque giorni in Marocco si susseguono manifestazioni quotidiane nelle principali città: a Rabat (la capitale), a Casablanca (la grande metropoli), a Marrakech (la perla del turismo), ma anche a Tangeri, Tetouan, Agadir e in vari altri centri. All’inizio per lo più pacifiche, le proteste sono poi degenerate in scontri violenti, in particolare dopo il diffondersi di un video girato martedì scorso a Oujda, una città al confine con l’Algeria che conta più di mezzo milione di abitanti, in cui si vede un furgone della polizia che, senza neanche accennare una frenata, travolge un giovane manifestante e, dopo averlo investito, prosegue la sua corsa — il giovane è sopravvissuto ed è in cura in ospedale per delle ferite alle gambe, hanno detto le autorità.

Negli ultimi giorni ci sono stati circa 400 arresti. I feriti, perlopiù tra le forze dell’ordine, sono quasi 300. E ieri notte si sono registrati anche due morti quando gli agenti hanno aperto il fuoco su alcune persone che stavano dando l’assalto a una stazione di polizia a Lqliaa, una cittadina alle porte di Agadir. Quelle che avvengono in questi giorni sono di gran lunga le proteste più rilevanti che si siano viste in Marocco fin dai tempi della Primavera araba, una quindicina di anni fa, un'ondata «sovranazionale» di sollevazioni popolari che, quando non ha avuto come esito addirittura un’ulteriore involuzione politica (o una guerra), non è riuscito a innescare quasi da nessuna parte — e il Marocco non ha fatto eccezione — il rinnovamento che aveva fatto presagire.