di Paolo Gallo
Non sono barche che sono state fermate in mare. È la verità, ancora una volta, ad essere stata sequestrata. L’esercito israeliano ha abbordato la Global Sumud Flotilla con la stessa meccanica ferrea con cui da mesi strangola un popolo intero: la logica della forza che si sostituisce alla ragione, la convinzione che tutto sia lecito quando si gode della protezione dei potenti e del silenzio dei complici.
Gli attivisti e le attiviste non hanno perso. Non potevano perdere: chi mette la propria vita a disposizione della giustizia non è mai sconfitto. Ma i governi sì, e miseramente. L’Italia per prima, che si è piegata all’arte consumata dell’ambiguità: un gesto di facciata, una fregata a “garantire”, subito ritirata di fronte all’inevitabile, come se la neutralità fosse un merito. È la stessa ipocrisia che attraversa l’Europa: si celebra il diritto internazionale nei salotti, ma lo si calpesta ogni volta che chi lo vìola è un alleato strategico.
Il punto non è più soltanto Gaza. È la nostra idea di umanità. Un continente che tollera la morte per fame di bambini in diretta, un Paese che accetta la narrazione rovesciata, dove il soccorso diventa provocazione e l’oppressione diventa difesa, abdicano non solo alla politica, ma al senso stesso della civiltà. Non è un problema di geopolitica: è un problema di dignità.















