Ha gli occhiali da sole tirati sulla nuca, indossa la divisa dell’Idf e cammina (tranquillo) per i locali di una delle 44 imbarcazioni della Global sumud flotilla fermate al largo di Gaza: dura pochi minuti il video del soldato (condiviso sui social dal ministero degli Esteri di Gerusalemme: quindi ufficiale che più ufficiale non si può) che sbugiarda un mese di navigazione “umanitaria” degli attivisti internazionali propal. «Sono dentro una delle barche», spiega, senza urlare, senza far cagnara, in un giorno che per lui è pure di festa perché è Kippur, «per giunta una di quelle più grandi: ma qui non c’è niente, è praticamente tutto vuoto. Cosa avrebbero portato nella Striscia?».

Gira lo smartphone e inquadra diversi ambienti, c’è un tavolo, c’è una colonna, ci sono dei sacchetti di plastica per terra. Fine. Se non che la domanda resta lì, appesa nelle condivisioni della rete (poche, per carità: i video che girano tra gli utenti, al giorno d’oggi, son più quelli che incitano alla rivolta, bruciate-tutto, i pianti di Elisa e-allora-sfamateli-voi, i frame che “inchioderebbero” le forze armate dello Stato ebraico a presunte violazioni del diritto internazionale; i filmati dell’altra parte, quelli che provano a fare chiarezza, che ci mettono un punto, non li vede mai nessuno): è un po’ retorico e un po’ previsto, ’sto benedetto dilemma (ma-tutto-ciò-per-cosa?) nel senso che era chiaro a chiunque, fin da prima di mercoledì sera, che la veleggiata verso Gaza con Gaza c’entrava ni, politicamente sì, solidalmente assai meno. Questa è la prova provata.