La Flotilla non è riuscita a navigare fino a Gaza, ma un po’ di cibo lo ha fatto arrivare comunque. Non si tratta degli aiuti che il ministro Ben Gvir, seguito passo passo dalle telecamere, ha guardato sprezzante dopo aver bollato come “terroristi” gli equipaggi costretti per ore a stare seduti sul molo. A dispetto delle rassicurazioni frettolose del ministro Tajani alla Camera, non è ancora certo che vengano consegnati, né che superino la tagliola dei valichi, dove tonnellate di beni di prima necessità rimangono a marcire al sole. Ma sono reti piene di pesci che, con il mare svuotato dalla maxioperazione contro la Flotilla, i pescatori di Gaza sono riusciti a lanciare.

Da due anni, le limitazioni all’attività in mare imposte insieme al blocco navale si sono tradotte in divieto assoluto: nella Striscia ridotta alla fame da una carestia indotta, chi pesca lo fa a proprio rischio e pericolo. Capita durante le feste ebraiche, quando le licenze svuotano i ranghi, o quando la fame è troppa per resistere. Si esce all’alba, si sta in mare poco, ma comunque spesso a casa non torna perché barchette o vere e proprie zattere, messe insieme alla bell’e meglio, vengono prese di mira. A febbraio le immagini di una pesca miracolosa sono diventate virali, non si vedeva nulla del genere da tempo. E appena si è sparsa la voce dell’imminente operazione “Scudo all’orizzonte” – sui media si è parlato ampiamente dei preparativi all’intercettazione delle 44 barche della Flotilla che navigavano in acque internazionali in direzione Gaza – nella Striscia ci si è preparati. La Flotilla si aspettava, in quegli aiuti ci credevano nella Striscia. Ma quando si è capito che difficilmente sarebbero arrivati, ci si è organizzati per approfittare del mare sgombro.