«Non perdono mio figlio, se ha fatto quello che ha fatto deve pagare: per me merita l’inferno». Ha raggiunto Conca Entosa nel pomeriggio di mercoledì, con discrezione, mentre gli investigatori svolgevano l’ennesimo sopralluogo nell’enorme tenuta vinicola tra Palau e Arzachena, dove Emanuele Ragnedda ha assassinato la 33enne Cinzia Pinna, all’alba del 12 settembre. Nicolina Giagheddu è la madre di quell’imprenditore che in una notte di follia, tra alcol e droga, si è trasformato in killer. È una donna distrutta dal dolore, ma capace di trovare la forza per scandire parole nette: «Cinzia perdonami di non averti salvato. Non ti conoscevo, ma posso sempre chiedere perdono». “Solo Dio può parlare con lui” Voleva esserci, Nicolina Giagheddu. Mentre il pool di esperti nominati dalla Procura di Tempio svolgeva i nuovi accertamenti nel casolare e negli ettari di terra teatro del delitto, in tanti hanno notato una presenza insolita. Una donna minuta, con indosso un piumino leggero. Zainetto in spalla. Soprattutto, a colpire i presenti è stato quel volto tirato, specchio di un dramma interiore. «A mio figlio non intendo dire assolutamente niente. Solo Dio può parlare con lui», sentenzia la madre di Emanuele Ragnedda. «Gli ha dato il libero arbitrio, ma non vuol dire che sia autorizzato a uccidere una ragazza, un bambino, un gatto, un’anima vivente».