Il corpo entrò in allarme rosso. Il battito del cuore impazzì, irregolare, a scatti. I suoni dell’ambiente si fecero ovattati, poi sparirono. Le coordinate di spazio e tempo saltarono. Il primo attacco di panico di Franz Bergonzi, 58 anni, lo travolse una domenica pomeriggio, 25 anni fa.
"Gli occhi si appannarono, arrivarono le vertigini, il respiro corto. Persino la voce sembrava dissolversi, come se i suoni restassero imprigionati dentro", racconta. Lui ancora non lo sapeva, ma gli attacchi di panico "irrompono così: improvvisi, totalizzanti. Ti sembra di non respirare. Tremi. Il corpo ti tradisce, ti convince che sia la fine, che il cuore stia cedendo, che non ci sia scampo. È una convinzione assoluta, incredibilmente reale, primitiva. Il corpo lo urla, la mente lo certifica: è finita. Adesso muoio".
Quella volta era a pochi metri da casa. Tentò di raggiungere il citofono: sembrava lontanissimo, eppure lo raggiunse. "Aprite... sto male". Fu la prima smentita: non era morto. Poteva crollare su una poltrona, attendere il medico. L’elettrocardiogramma, fatto sul posto, era normale. "Non era un infarto. Era panico".
Quello, però, fu soltanto l’inizio. Il fatto di non avere un problema al cuore non portò sollievo, ma un sospetto ancora più inquietante: e se fosse successo di nuovo? E se tornasse domani, magari quando era solo, in macchina, o al lavoro? “Non era solo il ricordo del primo attacco a tormentarmi, ma il pensiero ossessivo che potesse accadere ancora, in qualunque momento”. Bergonzi lo definisce “paura al quadrato”: la paura di avere paura, che costruisce un problema dentro il problema. “Anche un semplice gesto – uscire a fare due passi, sedersi in macchina, trovarsi in mezzo alla gente – diventava un test da superare, con il corpo irrigidito e la mente che già anticipava il disastro”.








