Il nostro lettore racconta la sensazione di panico che l’ha bloccato quando, al lavoro, la colpa di un fallimento è stata imputata a lui. Presa coscienza del problema, ha fatto appello alla sua resilienza per risolverlo
di Veronica Mazza
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“Per anni ho vissuto cercando di dimostrare qualcosa a tutti, tranne che a me stesso. Mi nascondevo dietro una corazza, dietro il lavoro, dietro frasi come “va tutto bene”, anche quando niente andava bene. Avevo paura di non essere abbastanza e, ancora di più, avevo paura che qualcuno potesse scoprirlo”. Inizia così la mail arrivata in redazione scritta da Marco D., un esperto di marketing di 32 anni, che vive a Roma. “La crisi è arrivata quando non sono più riuscito a reggere quella maschera. Ed è stato proprio allora, quando ho toccato il fondo, che ho scoperto che mostrarmi vulnerabile non mi avrebbe distrutto: mi avrebbe salvato. Ho imparato a chiedere supporto a chi mi stima e mi vuole bene: per me è stata una grande rivoluzione. Mi ha aiutato a comprendere che non avevo più bisogno di temere le mie fragilità”. Se volete raccontare la vostra storia perché venga pubblicata, previa valutazione della redazione, potete scrivere una mail a rinascite@repubblica.it Forte, sempre e comunque “Ho sempre creduto che valesse più quello che facevo che quello che ero. E così, giorno dopo giorno, mi sono costruito un ruolo impeccabile. A lavoro ero quello affidabile: quello che risponde ai messaggi anche nel fine settimana, che si prende le responsabilità degli altri, che “ce la fa” sempre. Nessuno immaginava che ogni risultato, anche il più piccolo, per me fosse una prova di sopravvivenza, un modo per convincermi di valere qualcosa. Anche a casa interpretavo un ruolo. Non mi arrabbiavo, non alzavo la voce, non mostravo mai stanchezza. E se qualcuno mi chiedeva come stessi, rispondevo con quel sorriso neutro che era diventato il mio scudo preferito. Dentro, però, era un’altra storia. Vivevo con una sensazione costante di precarietà emotiva, come se bastasse una piccola deviazione per farmi crollare. È paradossale: più cercavo di sembrare un uomo solido, più mi sentivo fragile. Ogni mattina mi svegliavo con l’urgenza di mettermi addosso quell’armatura, perché temevo che chiunque avesse visto il mio lato debole avrebbe capito che non meritavo davvero la stima che ricevevo. Una parte di me sapeva che quella vita non era sostenibile, ma non osavo ammetterlo. Espormi? Impossibile. Chiedere aiuto? Ancora più difficile. Meglio il silenzio. Meglio la maschera. Fino a quando la maschera ha iniziato a pesare troppo e io sono crollato”.






