“Ho scoperto che perdere il controllo non è la fine”, così racconta chi ci scrive, un ingegnere milanese di 45 anni. “È l’inizio: una nuova nascita. Oggi non ho più timore di nascondere le mie fragilità”.

di Veronica Mazza

“Fino a poco tempo fa ero convinto che la vita fosse una questione di controllo. Avevo una carriera brillante, un’agenda precisa al minuto, una dieta calibrata e una reputazione da uomo che “non sbaglia mai”. Avevo costruito una fortezza perfetta, ma era fatta di vetro. Si è incrinata una mattina di novembre durante una presentazione aziendale. Ho avuto un ictus e da quel momento la mia vita ha smesso di seguire i miei piani”. A raccontarci la sua storia questa volta è Giacomo B., un ex manager di una multinazionale di 45 anni di Milano. “Ho sempre creduto che mostrare le mie debolezze volesse dire esporsi al giudizio altrui, perdere autorità e soprattutto rischiare di essere ferito. Ma quando ho avuto bisogno degli altri durante la mia riabilitazione, ho capito che avevo sbagliato tutto: la vulnerabilità non era sinonimo di fallimento, ma la strada per creare legami umani attraverso la condivisione dell’imperfezione”.

Una vita metodica all’insegna della perfezione

“Se penso a come ero prima provo per me tanta compassione, perché mi sentivo invulnerabile e al di sopra di tutto e tutti. Non era solo arroganza, ma un bisogno continuo di avere tutto sotto controllo. Le mie giornate erano scandite meticolosamente da una tabella di marcia rigida e precisa, che non poteva lasciare spazio agli imprevisti. Sveglia alla solita ora, colazione sempre la stessa, mezz’ora di corsa sul tapis roulant e poi dritto in ufficio, dove continuavo a dirigere tutto con lo stesso rigore. Non ero amato dal team che gestivo, ma questo non mi dava pensiero. La cosa importante è che mi rispettassero e che eseguissero, senza cambiare una virgola, le mie indicazioni e i miei ordini. Questo senso di infallibilità assurda che mi portavo addosso, mosso dal mio controllo maniacale, mi faceva sentire superiore agli altri e per questo non avevo molti amici e neanche un buon rapporto con mia sorella Linda, che raramente sentivo. Lei era l’opposto di me: istintiva, spontanea, veleggiava nella vita senza timore dell’imprevedibilità. La consideravo una persona inconcludente e caotica, che non voleva mai ascoltare i miei consigli. Così come avevo fatto con tante altre persone, che non avevano seguito i miei piani, l’avevo tagliata fuori. Non avevo bisogno di nessuno e credevo che questo fosse un punto di forza. In realtà ero solo profondamente rigido. E questa rigidità, come ho imparato poi a mie spese, era solo una forma mascherata di paura.