LONDRA. Nel giugno del 2007 Tony Blair nello stesso giorno diede le dimissioni da Premier britannico e annunciò di avere accettato la nomina a inviato speciale per il Medio Oriente, in rappresentanza del cosiddetto Quartetto, cioè Onu, Stati Uniti, Unione Europea e Russia. Un passaggio che evidentemente aveva dunque studiato da tempo ma che suscitò molta sorpresa. Era stato lui, unico capo di governo occidentale, a assecondare George W. Bush, mandando nel 2003 anche le truppe britanniche ad invadere l’Iraq di Saddam Hussein, inutile vendetta per l’attacco terroristico alle Torri gemelle di New York. Una avventura sanguinosa che ha compromesso l’eredità politica di Blair, uno statista che a cavallo del Millennio aveva segnato la “Cool Britannia”, firmando la pace in Nordirlanda, concedendo la Devolution a Scozia, Galles e Ulster, introducendo il salario minimo e decine di altre riforme. La guerra in Iraq dunque non era certo un buon viatico per il nuovo incarico alle Nazioni Unite. Non a caso, nel paio di volte che ho avuto occasione di intervistarlo, ha evitato accuratamente di rispondere a fondo su quegli anni. Troppo pesante quel fardello, anche per la sua coscienza. Forse scelse l’incarico di inviato per il Medio Oriente anche per fare ammenda di quel passato. Dovette affrontare un conflitto israelo-palestinese entrato in una nuova fase, dopo la restituzione di Gaza ai palestinesi voluta dal premier israeliano Sharon nel 2005 e la successiva presa di potere da parte di Hamas nella Striscia. Blair così non potè fare molto. Il quartetto di Paesi e organizzazioni a cui faceva riferimento era poco più di una scenografia di cartapesta. Aveva margini solo per tentare iniziative di cooperazione economica, come il progetto “Valle di pace”, investimenti per Israele, Giordania e Autorità palestinese. Nom<CW0>e suggestivo, poca sostanza. Molte invece le polemiche che lo indicavano troppo vicino al governo israeliano. Si dimise dopo otto anni, l’incarico probabilmente lo aveva frustrato ma gli aveva anche procurato contatti e conoscenze nell’area. La rete delle sue collaborazioni non solo non cessò, ma anzi si estese sotto l’ombrello del suo Institute for Global Change. Commesse lucrose con i Paesi del Golfo. L’accusa di puntare soprattutto a budget milionari e commissioni d’oro. LIVEBLOG- Netanyahu: “Uno Stato palestinese non è previsto”. Smotrich: “Piano Usa? Finirà in lacrime” Per questo non stupì quando nei mesi scorsi il suo nome è tornato a circolare nelle trattative americane per il post Hamas a Gaza. La scorsa primavera il genero di Trump e suo mediatore con i Paesi arabi, Jared Kushner, affidò proprio all’Istituto di Blair uno studio di fattibilità a’per la ricostruzione della Striscia. A fine agosto l’ex Premier era alla Casa Bianca per una riunione con Trump e i suoi inviati per il Medio Oriente. Sicuramente ci sono i suoi urbanisti, ingeneri ed architetti dietro il progetto di “Gaza Riviera”. Quando sui social comparve l’osceno video che ridicolizzava la tragedia dei gazawi, con Trump e Netanyahu a prendere il sole in spiaggia, dal quartier generale londinese di Blair diffusero una imbarazzata nota. Si precisò che il loro progetto non prevedeva la deportazione degli abitanti. Non bastò per sopire le polemiche che in patria continuano a dipingere Blair ormai solo come un affarista. Difficile infatti pensare che anche in caso di accordo con Hamas la nuova proposta non coincida con una pulizia etnica di fatto. L’ANALISI – Era il solo patto possibile per la pace. La vera incognita è la fase transitoria Se Blair, con il suo impegno mediorientale vuole emendare i danni fatti in quella tormentata regione con le sue passate scelte di governo, dovrà spendersi personalmente molto più che con un progetto sulla carta. La transizione per Gaza che lo vede coinvolto si presenta quasi come “mission impossible”. Chissà se avrà autorità e potere sufficiente, in un “Gaza board” il cui presidente sarà comunque Donald Trump.
La rete di Tony Blair in Medio Oriente e l’ultima mission impossible a Gaza
Dal Quartetto per applicare gli accordi di Oslo al progetto della Riviera che irrita Hamas e gli arabi













