Per Donald Trump è una forma di "giustizia", per i suoi oppositori è la sete di vendetta che diventa realtà. Il dipartimento di Giustizia americano ha incriminato per il Russiagate l'ex direttore dell'Fbi James Comey, uno dei bersagli del tycoon che ha incassato con soddisfazione l'esito di una vicenda lunga quasi dieci anni.

Nominato da Barck Obama nel 2013 e confermato da Trump, fu il repubblicano Comey, infatti, a guidare l'indagine sul caso delle interferenze russe nelle prime elezioni vinte da The Donald. Quella che in questi anni il presidente americano ha bollato come la madre di tutte "le cacce alle streghe" di cui egli sostiene di essere stato vittima, una delle maggiori "bufale" della storia. Poco dopo, fu improvvisamente silurata dalla guida del Bureau. Il presidente prima puntò il dito contro la gestione dell'inchiesta sulle email da Hillary Clinton, poi ammise che il vero motivo del licenziamento di Comey era stato il ruolo nel Russiagate.

Da allora il tycoon gli ha dichiarato guerra e lo ha attaccato sui social, nei comizi, perfino nello Studio Ovale, ogni volta che ha avuto l'occasione. Al centro dell'incriminazione di queste ore c'è la testimonianza di Comey alla commissione giustizia del Senato Usa del 30 settembre 2020. In quell'occasione il repubblicano Ted Cruz gli chiese di commentare la sua audizione di tre anni prima, quando aveva negato di aver autorizzato un funzionario dell'Fbi a diffondere informazioni sensibili sulle inchieste Trump e Clinton. Comey confermò di non averla autorizzata.