Aoggi non ci sono prove del fatto che assumere il paracetamolo in gravidanza aumenti il rischio di insorgenza di autismo nel nascituro.

Pertanto le indicazioni sull'uso del farmaco non cambiano. A poche ore dall'annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump secondo cui il comune antidolorifico e antipiretico sia tra le cause della crescita dei casi di autismo in Usa, la comunità scientifica ha alzato un muro. Per prima ci aveva pensato l'autorità del farmaco britannica, la Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (Mhra), a chiarire che, "se usato come indicato, il paracetamolo rimane l'opzione raccomandata per le donne in gravidanza per il sollievo dal dolore".

Poi, via via sono arrivati gli altri: l'Agenzia del farmaco italiana (Aifa), l'autorità europea (Ema). Questa, con aplomb istituzionale, ha chiarito che "al momento non ci sono nuove prove che richiederebbero modifiche alle attuali raccomandazioni dell'Ue per l'uso" del paracetamolo.

Un modo per dire che servono dati per cambiare il profilo di sicurezza di un farmaco. Su questo fronte, "quelli più importanti di cui disponiamo derivano da uno studio pubblicato lo scorso anno sul Journal of the American Medical Association", ha illustrato il presidente dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri Irccs, Silvio Garattini. "La ricerca, condotta in Svezia, ha considerato 2,5 milioni di donne in gravidanza, da cui sono derivati 185 mila neonati esposti al paracetamolo ed è emerso che non c'era nessuna differenza" tra assunzione del farmaco e autismo. Ad agosto un altro studio era giunto a risultati opposti. Tuttavia, secondo il farmacologo, "è meno attendibile di quello svedese".