È uno stress test quello a cui Mosca sta sottoponendo l’Occidente. Lo ha fatto prima, il 9 settembre, con una serie di sorvoli e tentativi di penetrazione nello spazio aereo polacco da parte di droni collegati ai raid su Kiev; poi, nella notte tra il 13 e il 14 settembre, con un’incursione aerea che ha oltrepassato lo spazio nazionale romeno per circa 50 minuti; e ancora, più di recente, con un’entrata non autorizzata nello spazio aereo estone di tre caccia MiG-31, intercettati e respinti dagli F-35 italiani dell’Alleanza atlantica impegnati nell’air policing, e con un nuovo episodio ai danni della Polonia.

La dottrina russa

Per capire la scelta di Mosca non basta descrivere le manovre, serve spiegare la cornice teorica che le giustifica. Con «dottrina» si indica l’insieme coerente di principi, prassi e limiti che guidano l’uso della forza di uno Stato. In Russia, quella cornice unisce eredità storiche - come la maskirovka, cioè tecniche di camuffamento e inganno - a concetti operativi come la «battaglia profonda», che privilegia la capacità di colpire con simultaneità i punti decisionali dell’avversario, e il “controllo riflessivo” (reflexive control), attraverso cui si forniscono intenzionalmente informazioni - vere, parziali o false - per influenzare le decisioni di un altro attore, portandolo a fare esattamente ciò che il manipolatore desidera. Negli ultimi anni a questa tradizione si è sovrapposto l’uso sistematico di strumenti non convenzionali - informazione, cyber, operatori privati - in una strategia che l’Occidente ha definito «guerra ibrida». La maskirovka e il “controllo riflessivo” funzionano insieme: ingannare con dissimulazioni e, allo stesso tempo, fornire informazioni (vere o false) per influenzare le decisioni del nemico. Così ogni raid diventa un esperimento politico, prima ancora che militare.