La Direttiva UE del 2006 definisce le molestie sessuali come “qualsiasi forma di comportamento indesiderato, verbale, non verbale o fisico, di natura sessuale, avente lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona, in particolare quando crea un ambiente intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo”. La stessa Direttiva richiede inoltre il monitoraggio del fenomeno della violenza, con particolare attenzione al contesto lavorativo. Eppure, vent’anni dopo, siamo ancora qui a raccontare storie come questa: solo nel 2024, 2,3 milioni di persone — per l’82% donne — hanno subito molestie sul posto di lavoro.
La lettera di Alessandro, marito della donna colpita da molestie, mostra con chiarezza quello che in psicologia è definito “effetto spettatore”: l’atto violento è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno interviene. I colleghi restano in silenzio, i superiori minimizzano, le strutture formali non sono percepite come punti di riferimento sicuri. Una combinazione che diventa la ricetta perfetta per minare la salute mentale. Ma questa non è una faccenda privata, bensì un problema collettivo.
Risponde al lettore Silvia Gazzotti, psicologa del lavoro.
Se desiderate raccontare la vostra storia, potete scrivere a donnelavoro@repubblica.it e la redazione la valuterà.







