Nella stanza del figlio non riescono più a entrare. Giuseppe Mendico e Simonetta La Marra, papà e mamma di Paolo, sono seduti nella cucina della loro casa costruita in pietra col grande camino. In mezzo a loro la foto di Paolo che suona il basso. Fuori, il paese di poco meno di settemila anime sulla pianura del Garigliano che adesso si interroga sulla fine di un quattordicenne.
«Nostro figlio è stato un perseguitato, abbiamo sempre denunciato tutto alla scuola. Ma siamo rimasti inascoltati. Era un bravo studente ma ultimamente diceva che la scuola non gli piaceva più», stringe i pugni Simonetta La Marra. «Alle elementari sono arrivate le aggressioni dei compagni e lo scherno delle maestre, alle medie il bullismo dei professori. Poi sono arrivati gli apprezzamenti al primo anno dell’istituto informatico Pacinotti. Altro bullismo, altra sofferenza. Quante volte l’ho visto piangere».
Cosa gli dicevano?
«Paolo amava portare i suoi capelli biondi molto lunghi. Dopo i primi quattro giorni di scuola superiore hanno cominciato a chiamarlo “Paoletta”, “femminuccia”, “Nino D’Angelo”. Lo aspettavano in bagno. Prima era uno, poi sono diventati di più. Ci siamo rivolti subito alla scuola, ci hanno assicurato che l’avrebbero aiutato. Ma tutto è finito solo dopo che Paolo ha deciso di tagliarsi tutti i capelli. L’altra frase per prenderlo in giro era “Piccolo Principe” perché mio figlio ogni mattina non usciva di casa se non aveva fatto la doccia».












