La famiglia di Paolo, il ragazzo di 15 anni morto suicida, accusa la scuola di aver ignorato il problema del bullismo. La preside nega sostenendo che quelle segnalazioni «non sono mai arrivate». È un muro contro muro, due versioni opposte. E il padre di Paolo, Giuseppe di 73 anni, non ci sta: «Da cinque anni segnaliamo il problema, la prima denuncia ai carabinieri l’abbiamo presentata quando Paolo era in quinta elementare alla “Guido Rossi”. Poi il trasferimento all’“Alfredo Fusco” a Castelforte. Oltre quindici segnalazioni tra esposti, incontri, mail. Tutto messo nero su bianco. Alle superiori al “Pacinotti” siamo andati più volte, per parlare con i professori e la vicepreside. Come si fa a negare». Dopo il funerale di Paolo e la lettera al ministro Valditara, il caso è esploso in tutta la sua gravità. La famiglia vuole giustizia e soprattutto pretende che il tema del bullismo non venga sottovalutato come avvenuto per Paolo. «Era un bullismo psicologico ma anche fisico: derisioni, spintoni, umiliazioni. Lo prendevano in giro per la statura mingherlina, perché era “troppo sensibile”. Persino i capelli lunghi erano un motivo di scherno: “sembri Nino D’Angelo” oppure lo chiamavano “femminella” o “Paoletta”. Noi andavamo a scuola a cercare conferme, a chiedere interventi».