L’agitazione che maggioranza e opposizioni condividono sulle Regionali dei prossimi due mesi va letta nella prospettiva delle Politiche del 2027. La rapidità con la quale il Pd di Elly Schlein si è compattato con il M5S di Giuseppe Conte, l’Avs e perfino l’ex «nemico» Matteo Renzi parte da un’esigenza: dimostrare che quel «cartello» così eterogeneo è potenzialmente vincente. E, se regge, può presentarsi unito anche tra due anni. Il voto in sette regioni tra fine settembre e il 23 novembre servirà soprattutto a puntellare questo schema. Quando Schlein dice agli avversari che le opposizioni non faranno più «il favore» di presentarsi divise come nel 2022, permettendo una vittoria a man bassa della destra, disegna un percorso che ha una premessa: dimostrare che le Regionali possono dare filo da torcere a una coalizione governativa nazionale magari alla ricerca sfibrante di candidati, ma sicura di trovare alla fine una soluzione unitaria. I ritardi e le tensioni tra FdI, Lega e FI sulla scelta in Veneto, Campania e Puglia non vanno sopravvalutati.