Distinzioni e polemiche che, secondo alcuni, potrebbero trascinarsi oltre la dimensione territoriale. Soprattutto perché le urne regionali rappresentano, sia per la destra che per la sinistra, una prova di riscaldamento in vista delle politiche del 2027. Nella memoria di molti esponenti progressisti resta il ricordo del patto stilato tra Enrico Letta e lo stesso Calenda, disfatto nel giro di 24 ore e seguito dalla creazione del Terzo polo. I tempi e i sondaggi, certo, sono cambiati, anche se non mancano i tentativi, soprattutto dalla maggioranza, di “attirare” il partito di Carlo Calenda. Che da parte sua, destituisce di ogni fondamento l’ipotesi di un avvicinamento alla maggioranza: «Noi facciamo quello che abbiamo detto agli elettori: un centro liberale», dice al Messaggero, ridimensionando il peso delle scelte regionali sul fronte nazionale: «Quello delle regioni è un sistema elettorale che non ha nessun spazio per candidati terzi, quindi la nostra logica è semplice: se c’è una coalizione che convince la appoggiamo, altrimenti non ci presentiamo». Se c’è chi crede nell’ipotesi di una “tenda riformista” che supporti il centrosinistra, come quella messa in piedi in Campania da Manfredi, altri come Luigi Marattin, segretario del partito liberaldemocratico, credono che ci sia ancora spazio per un Terzo polo autonomo: «Quello passato - spiega - è imploso non per mancanza di domanda ma per problemi connessi a come è stata costruita l’offerta». Si vedrà, tra due anni, chi avrà ragione. E se il centro, oggi diviso e frammentato, avrà, alla fine, un’unica grande casa.