Mi affacci o sull’orlo dell’abisso. Una terribile smania di ignoto mi fa compiere follie. Quando finalmente gli uomini comprenderanno il senso della parola libertà». Così confidava Paul Gauguin (Parigi 1848 - Hiva Oa 1903) in uno dei suoi diari “Noa Noa”, durante il soggiorno a Tahiti, in cui dipinse le sue opere più potenti che rivoluzionarono per sempre mondo dell’arte. Scriveva «Voglio fare un’arte semplice, correre, perdere il fiato e morire follemente. Che mi importa della gloria? Sono forte, perché faccio ciò che sento dentro di me».
Sentiva la necessità di essere un uomo libero di cercare il senso più profondo della vita e la cercò nella popolazione polinesiana immergendosi nella loro cultura primordiale. Gauguin cercava quella purezza della gioia di vivere, dell’amore, del vigore del corpo e dello spirito che nelle società tecnologiche, oggi come ieri, viene smarrita. Eppure, aveva già conosciuto gli agi della ricchezza di una vita di successo lavorativo.
Era uno stimato agente di borsa a Parigi quando un giorno sentì che quella non era più la vita che voleva. Decise così di diventare un’altra persona, da ricco collezionista d’arte – fu il primo acquirente delle opere di Pissarro – ad artista pittore di un genere nuovo, esotico, misterioso. Quando iniziò a dipingere aveva già cinque figli e una moglie, ma lui sentiva un richiamo insopprimibile che era quello di fare l’artista. Così decise di partire.







