Se tavolta vale la pena di iniziare dalla fine, con il conte di Lautréamont rinvenuto privo di vita in una stanza d’albergo, il 24 novembre 1870, durante il tragico assedio di Parigi della guerra franco-prussiana. Aveva solo 24 anni, ma l’ipotesi di suicidio fu scartata per virare verso una più rassicurante diagnosi di tifo o tubercolosi, due piaghe non infrequenti nelle città assediate, con le conseguenze che questo comporta. L’atto di morte recita, banalmente, «deceduto, senza altre informazioni». Una vicenda di immane squallore, con un giovane morto solo, senza una causa apparente, in una camera presa a pigione, un po’ come se il mostro che aveva creato lo avesse divorato dall’interno precipitandolo agli inferi, a un mese esatto dalla vigilia di Natale.
La menzione del Natale imminente non è casuale, prima di tutto perché recensire nell’Avvento I canti di Maldoror di Lautréamont, al secolo Isidore Lucien Ducasse, nato nel 1846 a Montevideo da genitori francesi, suona blasfemo, anzi un po’ lo è. Ma vorremmo innanzitutto dire che questa nuova traduzione (a cura di Luca Salvatore, Einaudi, p. 684, € 36) era un’occasione da non perdere. Un po’ perché è un classico della poesia dei cosiddetti maledetti, un po’ perché neanche il marchese De Sade aveva osato tanto; infine perché non si può leggere nulla di altrettanto eticamente inaccettabile, visibilmente malato e crudele: un’ode a tutto ciò che neanche si osa pensare, figuriamoci proclamarlo nella forma cristallina della letteratura. Un bel calcio al politicamente corretto, e questo per chi scrive è la vera novità: Ducasse è sconveniente, dunque amiamolo.






