Parigi, inverno del 1818. In un quartiere periferico e gelido, vicino all’ospedale Beaujon, arriva un ragazzo giovane e bello, abiti dal taglio perfetto, barba curata, polsini candidi. Apre la porta di un grande studio vuoto, freddo e poco accogliente. Fa cenno di sì con la testa e si chiude la porta alle spalle. Nessuno, nella Parigi della Restaurazione, ancora scossa dalla disfatta napoleonica di Waterloo, può immaginare che nei mesi successivi quell’atelier si riempirà di corpi. Corpi senza vita, cadaveri freddi e quasi in decomposizione che il giovane pittore farà arrivare dall’ospedale vicino.
Théodore Géricault, «La Zattera della Medusa» e una domanda: perché l’arte oggi non ci sconvolge più?
Ispirato a un naufragio (e al suo carico di iniquità sociale) il dipinto lasciò sgomenta la Francia e ancora oggi fa impressione. A distanza di due secoli







