«Avete il potere di rovesciare il governo ma non quello cancellare la realtà»: queste sono state le parole che l’oramai ex primo ministro francese François Bayrou ha rivolto due giorni fa all’Assemblea Nazionale. La realtà che non si può cambiare è, ovviamente, quella della finanza pubblica, ossia di un debito che – nel 2024 – ha raggiunto il 114 per cento del Pil e di un deficit che sfiora il 6. Rispetto a un decennio fa, il primo è aumentato del 17 per cento, il secondo è quasi raddoppiato: due macigni – effettivamente – difficili da ignorare. Non a caso, lo spread – che misura il grado di fiducia degli investitori che prestano i soldi – ha superato quota 80 punti base. Un livello simile a quello italiano. Ciò ha fatto concludere a diversi esponenti politici della nostra maggioranza che il problema – ora – sia la Francia, cosa sicuramente vera, mentre l’Italia ha smesso di essere osservato speciale. Attenzione, però: abbassare la guardia sarebbe una strategia miope. Ciò che sta accadendo in Francia ci deve servire da lezione: la situazione può cambiare in fretta. Vediamo il perché.
Attualmente sia la Francia sia l’Italia sono sotto procedura d’infrazione. Che cosa vuol dire? Entrambe non rispettano pienamente le regole di bilancio europeo, ossia quelle previste dal Patto di Stabilità e Crescita. Non è la prima volta. Durante la crisi finanziaria, l’Italia è stata sotto procedura dal 2009 al 2013 e la Francia dal 2009 dal 2018, un tempo molto più lungo. Tuttavia, all’epoca, la valutazione dei mercati non era affatto la stessa: lo spread italiano si aggirava in media sui 200/300 punti base – con picchi intorno a 500 – mentre quello francese tra i 35/40 – con picchi intorno a 130. La diversa percezione degli investitori era legata a vari fattori, tra cui il livello del debito pubblico: quello francese restava sotto 100 per cento del Pil mentre quello italiano aveva superato quota 125 per cento. Di conseguenza, la spesa per interessi italiana si aggirava intorno al 5 per cento del Pil, mentre quella francese era meno della metà. Nel giro di dieci anni, lo scenario è cambiato radicalmente. In un solo anno, dal 2023 al 2024, il rapporto debito/Pil francese è aumentato di quasi 4 punti mentre quello italiano è rimasto pressoché stabile, il rapporto deficit/Pil francese è cresciuto di mezzo punto e quello italiano è sceso di circa 3 punti. Dal lato italiano, i progressi sono evidenti, i mercati applaudono e ci premiano con uno spread in discesa. Insomma, abbiamo messo in atto l’austerità, che noi, però, abbiamo chiamata stabilità: un escamotage per rendere la correzione dei conti più accettabile agli occhi dell’opinione pubblica: “austerità” ha un connotato negativo mentre “stabilità” rassicura. Tuttavia, la parola “stabilità” è fuorviante: può descrivere la situazione del governo ma non necessariamente quella dei conti pubblici.












