Siamo nel mondo delle ipotesi. Ma quando si parla di pressione alta, forse dovremmo andare oltre i classici dogmi che dicono quanto e come gli aumenti pressori siano legati soprattutto al cuore, ai vasi sanguigni ed ai reni. In certi casi, infatti, bisognerebbe forse puntare l’attenzione sul cervello, specie se si pensa all’azione del sodio. Almeno questa è l’ipotesi che emerge dallo studio pubblicato su Neuron che rivela come, a livello sperimentale, un’alimentazione ricca di sale possa innescare un'infiammazione cerebrale in grado di aumentare, a sua volta, la pressione. La ricerca è stata coordinata da Masha Prager-Khoutorsky della McGill University in collaborazione con un team interdisciplinare della McGill University e il Research Institute del McGill University Health Centre.

Infarto e ictus, seguiamo bene le cure per controllare l’ipertensione e gli altri fattori di rischio

28 Settembre 2024

Cosa succede nel cervello

La ricerca parte da un presupposto clinico. Una significativa percentuale di pazienti non risponde alle classiche terapie antipertensive che agiscono su meccanismi fisiopatologia cardiaci, circolatori e renali. Si possono verificare diverse situazioni. Nell'ipertensione non controllata, la pressione elevata persiste nonostante il trattamento con due o più farmaci, mentre nell'ipertensione resistente, rimane alta nonostante l’associazione tra tre o più farmaci. In questo senso, lo studio aggiunge un ulteriore tassello alle conoscenze suggerendo che anche il cervello potrebbe essere un fattore chiave di questa condizione, in particolare nei casi resistenti al trattamento. La ricerca si è svolta nei ratti. Per gli animali sono state riprodotte le abitudini alimentari umane, offrendo acqua contenente il 2% di sale, paragonabile a una dieta giornaliera ricca di alimenti ricchi di sale come pancetta, formaggio fuso, prodotti di fast-food. Cosa è accaduto? Sostanzialmente l’alimentazione ricca di sale ha attivato le cellule immunitarie in una particolare regione del cervello, determinando un’infiammazione e soprattutto un incremento dei valori di vasopressina. Questo ormone ha il compito di innalzare la pressione. Questi mutamenti sono stati osservati impiegando modernissime tecniche di imaging cerebrale e di laboratorio. "Il ruolo del cervello nell'ipertensione è stato ampiamente trascurato, in parte perché è più difficile da studiare – racconta Prager-Khoutorsky in una nota dell’ateneo. Ma con le nuove tecniche, siamo in grado di osservare questi cambiamenti in azione".