Milano - L’idea iniziale, un po' balorda, era di scrivere uno di quei pezzi "estivi" sulla metropoli che cambia pelle, segni e colori, durante l’esodo d’agosto. Solo che sono mancati da subito l’occasione e la voglia di immergersi nella solita tiritera: sulla serrata di negozi e ristoranti; l’affiorare di mattocchi e bizzarri di ogni specie; il trionfo dei cocomerai in canotta, e della popolazione coloured che ovviamente non può permettersi l’ombrellone di Riccione o la picozza di Cortina. L’occasione è mancata perché il deserto di Milano (come del resto di Torino o Roma) è quest’anno molto relativo. Ma prima ancora è mancata la voglia, dopo aver visto la ferita di via Palestro, lo sventramento di quel Padiglione d’Arte Contemporanea costruito da Gardella nel 1953, che è uno dei pochi nuovi edifici di rilievo della città (e con questo si è già detto tutto sulle innovazioni architettoniche degli ultimi quarant’anni). Da quando è scoppiata la bomba, centinaia di milanesi passano regolarmente di lì in un serale, mesto pellegrinaggio che sarà pur frutto del sempre suadente voyeurismo dell’orrore, ma che quantomeno stavolta non ha dato luogo a nessuna fiera del dolore.
L’atmosfera è sconsolatamente severa, e il silenzio - d’obbligo - ha fatto di questo luogo un punto di raccoglimento collettivo. Ciò che da un lato ti toglie dalla testa ogni residua voglia di frou-frou, dall’altro pare ergere finalmente una qualche barriera di stoica severità contro quell’orgia di sentimentalismo che tanto per cambiare giornali e tv ci hanno scaricato addosso nell’ultima settimana. A conferma che l’italiano al potere continua a coltivare più volentieri la mozione degli affetti, che l’esercizio della ragione. D’altronde Alberto Arbasino, in un articolo comparso la settimana scorsa su L’Espresso, parlava proprio a proposito di Milano della catastrofica mutazione di quello che fu un tempo il ceto guida, in mera "classe commentatrice", che esaurisce compiti e funzioni in un bla-bla permanente su tutto e tutti badando sempre, beninteso, a non offrire alcuna indicazione operativa e concreta. Infilatomi nella penombra del suo appartamento di piazza Lavater, giro l’osservazione a Gillo Dorfles, studioso di estetica ma prima ancora uomo sensibile al genius loci di Milano. "Fatto salvo che il carattere di questa città è ormai dato dalla somma aritmetica di tutti i diversi caratteri regionali, anche perché qui non s’è mai verificata quella spaccatura netta ed esiziale tra meridionali e settentrionali che ad esempio caratterizzò Torino al momento della grande immigrazione, certo risponde al vero la definitiva scomparsa delle grandi famiglie. I Falk, i Pirelli, i Borletti, gli stessi Crespi, sono ormai diventati dei borghesi qualsiasi. Mentre sono venuti crescendo nuovi gruppi, di napoletani e veneti soprattutto. "Ora, questi nuovi innesti avranno sicuramente ' imbastardito' la vecchia mentalità ambrosiana. Che era sì proba e laboriosa, ma anche limitata, provinciale. Ambrosiana appunto, e quindi molto poco ‘metropolitana' . Voglio dire che se finalmente Milano si accorgerà di non avere un milione e mezzo di abitanti, come viene sempre detto, ma cinque, visto che si estende fino a Como, Varese, Erba, Pavia, lo dovrà appunto a questi nuovi immigrati. Dal Medioevo fino al secolo scorso questo è sempre stato un grosso villaggio.













