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Ultimo aggiornamento: 7:42

Nella Milano del “sistema Milano” e della rievocazione del Salvamilano, che prepara la svendita di San Siro, l’architettura si interroga da che parte stare. Dal 27 ottobre al 2 novembre, la settima Milano Arch Week, promossa da Comune, Politecnico e Triennale e intitolata Inequalities and Architecture, affronta le disuguaglianze urbane nel contesto della 24ª Esposizione Internazionale della Triennale.

Per una settimana, Milano diventa laboratorio di riflessione. La corsa a uno sviluppo che ha prodotto insieme efficienza ed esclusione, bellezza e speculazione, riflette dinamiche comuni a molte metropoli: crescita vertiginosa, attrazione di capitali, mercificazione dello spazio urbano. Il risultato è uno sfregio: città più ricche ma più diseguali, dove il diritto all’abitare resta privilegio di pochi.

Milano, in questo senso, è un caso emblematico. Quindici anni di amministrazioni progressiste l’hanno resa “più attrattiva” (leggi: più cara), “più internazionale” (leggi: meno milanese), “più ricca” (leggi: dipende per chi). Quindici anni di trasformazioni rapide e profonde, contraddistinte dai nomi dell’architettura internazionale. Dal 2012, poco prima dell’Expo, quando César Pelli piantava come un chiodo la Torre Unicredit e lo sperimentale Bosco Verticale di Stefano Boeri ridisegnava lo skyline, la città ha conosciuto da allora una stagione di grandi cantieri e architetture “iconiche”: CityLife con Hadid, Libeskind e Isozaki; il Mudec di Chipperfield; la Fondazione Prada di OMA; la Bocconi di Sanaa. Fino al più recente, e sorprendentemente sovietico, Villaggio Olimpico per Milano-Cortina 2026 dello studio SOM, che sembra uscito dai Giochi di Mosca del 1980. “Icone” che non sempre hanno costruito città, ma valore, trasformando l’architettura in strumento di accumulazione e consenso, consacrando Milano a capitale del neoliberismo.