Frankenstein di Guillermo Del Toro è arrivato a Venezia: sono più di dieci anni che il regista voleva fare un adattamento del romanzo di Mary Shelley: era uno dei suoi progetti impossibili che nessuno gli produceva (l’altro è un adattamento di Alle montagne della follia di Lovecraft). Adesso c’è riuscito con Netflix e con il dispendio di soldi che serve. Secondo lui c’era molto che nei precedenti film non era stato adattato come avrebbe meritato; ma ora che a Venezia abbiamo visto il risultato, si può dire che tanta attesa non ha portato a un grande film. Anzi.Questo Frankenstein di Guillermo Del Toro è la storia di un padre e di un figlio, più che quella di un dio e della sua creatura. Il barone Frankenstein, interpretato da Oscar Isaac con lunghi capelli bagnati per quasi tutto il film e con l’ardore della conquista più che con la scintilla della follia, è una sorta di genitore nei confronti della sua creatura, interpretata da Jacob Elordi con un trucco che lo fa sembrare un alieno di Prometheus che fa tai chi (ma anche lui, come il padre, maturerà dei capelli lunghi e bagnati). Per questo tutto inizia con un lungo flashback sull’infanzia di Victor Frankenstein e sul rapporto con il padre, duro, violento ed esigente. Tornerà utile più avanti sapere queste cose, pensa il film, in realtà potevamo farne a meno.NetflixPoi si entra nel vivo con la parte nota della storia: il desiderio di creare la vita, un uomo ricco che finanzia l’impresa, i fulmini, i macchinari, le scintille e alla fine la creatura, ignorante e primitiva all’inizio ma dolce come un bambino e forte come venti uomini. Depresso dal fatto che il risultato della sua creazione sembra non saper pensare, non parla bene e non è all’altezza delle sue aspettative, il barone Frankenstein distrugge tutto. E qui inizia la seconda parte del film, che prosegue la trama ma vista attraverso gli occhi e il punto di vista della creatura, nella sua maturazione in rotta con il padre, come ogni buon adolescente.Del Toro, in accordo con Netflix, ne ha fatto un film con molta azione: gente che viene lanciata, lupi dilaniati, esplosioni e tutto ciò che si conviene. E la fattura è davvero buona, così come la costruzione di un mondo gotico e un filo steampunk, uno degli ambiti in cui l’immaginazione di Del Toro eccelle. Il problema è che questo è un film senza idee. Prima di tutto senza idee visive: non crea nulla di memorabile, e anche le sue scene madri sono piatte e poco incisive. Ha un grande immaginario gotico ma non ha una visione di come possa modificare la storia. Soprattutto è un film privo di idee narrative valevoli. L’unica, fatta eccezione per l’espediente di raccontare la seconda parte dal punto di vista della creatura, è quella relativa al suo rapporto con la morte.Chi ha visto il Pinocchio di Del Toro (quello sì un capolavoro) ha già confidenza con la curiosità che il regista nutre per i personaggi che non possono morire e per il rapporto strano che di conseguenza stringono con la morte. Quel film animato era una storia di eccezionale profondità di ragionamento sui molti modi in cui abbiamo a che fare con la morte all’interno di una dittatura che in sé è un regime di morte; questo film invece, nonostante sottolinei più volte (a parole) il fatto che il problema della creatura è di non poter morire e quindi essere costretto a vivere anche quando le persone più care sono scomparse, non riesce mai a convincere di questo dramma. Non parla davvero di morte, ma semmai della fatica ad accettare il lutto, cioè la morte altrui, e di come questo sia ciò che fa compiere alla creatura il passaggio all’età adulta.NetflixCosa ancora peggiore: questo Frankenstein finisce a pontificare sulla vita e i sentimenti, fa fare ai suoi personaggi i “discorsoni”, che è l’opposto della maniera in cui il cinema comunica una sensazione, un’atmosfera o stimola nello spettatore un ragionamento: un eccesso di parole là dove dovrebbero esserci momenti di immagini e musiche (di Desplat, bellissime ma inutili). Non a caso il modello di questo film riusciva molto bene a evitare quel rischio: Edward mani di forbice. Già in Crimson Peak si era visto quanto Guillermo Del Toro rubi a Tim Burton quando si muove nel gotico; in questo film è ancora più evidente che il suo Frankenstein è modellato più che altro sul Frankenstein di Burton, che era Edward: la creatura assemblata da un creatore in un castello, diversa da tutti, più pura e per questo emarginata. Burton è stato il regista che ha davvero tradotto lo stile gotico per il mondo moderno, ribaltando il punto di vista. Non il diverso come questione sociale, ma il diverso come questione personale. Burton fu il primo a dire: “Sono io il mostro”.La malinconia di questo Frankenstein acculturato e sensibile, rimasto solo con un cuore infranto, che poi viene anche accusato di aver fatto del male a qualcuno quando non è vero (altro punto in comune con Edward mani di forbice), incarna quell’idea burtoniana che i mostri siano tutte quelle persone che non si conformano e si sentono sole, che vivono nella società senza sentire di appartenerle pienamente. Sarebbe una grande idea per Frankenstein, se non fosse che qui è espressa a parole e non per immagini. E se non fosse che non è di Del Toro.
Frankenstein di Guillermo Del Toro è un film che ha grandi aspirazioni ma piccoli risultati
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, il film di Netflix è grandioso nell'impostazione ma non ha nessuna vera grande idea















