Quel pasticcio bruttarello di Frankenstein di del Toro. Capita anche ai più bravi. Prima o poi anche un film di Guillermo del Toro doveva girare a vuoto. Peccato accada in Concorso a Venezia 2025, in mezzo ad una selva di produzioni statunitensi che nemmeno fossimo a Toronto. Il film tanto agognato, inseguito, progettato dal regista fin dalla sua infanzia, deve aver perso copiosi pezzi per strada tra un rimandare produttivo e l’altro.
Tentativo monumentale di avventura gotico dark sul contrasto poetico letterario vita/morte, padre/figlio, creatore/creatura, finanche vittima e carnefice, traendolo dal celebre romanzo di Mary Shelley, Frankenstein made in del Toro è prima di tutto privo di una accattivante ed incisiva originalità creativa. Il suo “mostro”, statuina metaforica di una felice e infinita galleria del nostro, è qualcosa di talmente monodimensionale, apatico, distante, da chiedere indietro il prezzo del biglietto, pardon dell’accredito. Prima che questo particolare sfugga: se fino a ieri i mostri di Del Toro si affermavano per distinte peculiarità estetico-concettuali, qui il Frankenstein interpretato da Jacob Elordi pare un generico putrefatto Conte Orlok dal Nosferatu di Eggers.











