VENEZIA - Il cuore si spezzerà, eppure spezzato vivrà, diceva Lord Byron. E allora ecco questo mostro bellissimo dal cuore infranto, un mostro che ama e perdona. E forse ha ragione Guillermo del Toro quando dice che i mostri di oggi «sono quelli in giacca e cravatta. E non sono il frutto di effetti speciali».

Il regista messicano, premio Oscar per La Forma dell’acqua (Leone d’oro nel 2017) e Pinocchio, arriva a Venezia con la sua rivisitazione dell'adattamento del classico di Mary Shelley Frankenstein. «Questo film conclude una ricerca iniziata quand’ero un bambino - racconta del Toro - Avevo appena sette anni quando ho visto per la prima volta i film di Frankenstein di James Whale. Guardando gli occhi di Boris Karloff, ho sentito un fremito di riconoscimento: l'horror gotico è diventato la mia chiesa e lui il mio messia. Il mio Dna si è fuso con quello di Shelley. La creatura, il mostro sono sempre stato io. Ma nel corso degli anni sono stato anche Victor Frankenstein ed Elisabeth. Grazie a questo romanzo ho imparato cosa ha significato essere un figlio e un padre».

Per questo dramma epico su cosa significhi essere umani, desiderare l'amore e cercare comprensione, Guillermo del Toro ha voluto Oscar Isaac per il ruolo del dottor Victor Frankenstein. «Ero seduto nella sua splendida casa, piena di libri, stranezze e opere d'arte - ricorda l’attore -. Abbiamo iniziato a parlare dei nostri padri, dell'essere padri, dell'arte, dell'industria e di ciò che cerchiamo. Dopo circa un'ora, lui ha iniziato a parlare di Frankenstein. Abbiamo continuato e, alla fine, ha detto: penso che tu debba interpretare Victor». La scena più emozionante? «Quand’ero in cima alla torre, sotto la pioggia, vestito in modo assurdo con pantaloni a scacchi, stivali impermeabili e guanti rossi, e tenevo in mano questi strani congegni. Era incredibile quanto mi stessi divertendo».