I gruppi e i siti sessisti denunciati nelle ultime ore con crescente indignazione hanno resuscitato il concetto-rifugio di patriarcato. Stavolta si parla di patriarcato digitale. Ma questo è solo un aspetto del problema (maschi cioè che esprimono la loro sete di dominio scambiandosi foto e commenti volgari). L’altro aspetto, forse più sconcertante, è quella che non a caso è stata chiamata cultura dello stupro: i corpi a disposizione delle mogli, e delle donne in generale, sono oggetto di sopraffazione scambiata per gioco da männerbund degradato. La cultura dello stupro è proprio questo in effetti: abuso di un corpo (femminile ma non solo, anche di un corpo infantile, odi un corpo fragile e indifeso o malato o maschile) senza tenere conto del consenso. Bisogna tenersi bene in equilibrio tra due opposte generalizzazioni: i maschi sono tutti potenziali stupratori oppure gli stupratori sono una minoranza deviata della categoria. Sono entrambi concetti riduttivi. L’alto numero di frequentatori dei siti citati dimostra che certe pratiche – scaturenti da quella che un filosofo tradizionalista come Julius Evola definiva la «moderna pandemia del sesso» o «lussuria cerebralizzata» – sono diffuse e persino «normalizzate». Rimandano a un immaginario deviato secondo cui i corpi femminili sono generatori di tentazioni che vanno esaudite. I corpi delle mogli, poi, sono ancora più a rischio.