Conca dei Marini non si concede con facilità, ma è un luogo che si rivela soltanto a chi sa cercare, lontano dal clamore che ha invaso altri angoli della Costiera Amalfitana. Le case si adagiano tra i limoneti e le scogliere, come conchiglie che il mare ha voluto lasciare sulla roccia, mentre il promontorio di Capo di Conca si protende nell’acqua, un arco scuro sospeso sull’infinito. In alto, da secoli immobile, il monastero di Santa Rosa veglia, custode di una memoria che precede il turismo e le sue mode, perché qui l’anima dei luoghi trova sostegno nelle cose umili e nella luce: il paesaggio, trasformato in interiorità, accompagna silenziosamente la vita quotidiana.
Una dolce storia secolare
Dentro quelle mura nacque, nel XVII secolo, uno dei dolci più importanti della tradizione campana: la Santarosa. Una suora, nel tentativo di non sprecare la semola avanzata, la mescolò con latte, zucchero, frutta secca e un tocco di limone. Racchiuse il ripieno tra due veli di sfoglia, modellandoli a forma di cappuccio monastico, e lo guarnì con crema e amarene. Un’invenzione nata dalla parsimonia, destinata a trasformarsi in patrimonio di gusto. Da Conca (Salerno) giunse a Napoli, dove nel 1818 Pasquale Pintauro ne trasse la sfogliatella riccia e la frolla, e, più tardi, la coda d’aragosta, ma l’anima della storia resta qui, custodita dal convento che domina il mare, vigile testimone di una tradizione che porta il suo nome.







