È capitato a quasi tutti noi, almeno una volta: siete in vacanza in Sicilia, e vi viene voglia di mangiare qualcosa di sfizioso. Uno di quei meravigliosi scrigni di bontà che racchiudono, covandoli dentro un guscio di riso impanato e fritto, un cuore segreto e al tempo stesso ben noto, a volte rosso, verde e deciso, altre volte bianco, rosa e delicato. Vi dirigete quindi a passo cammellato verso la più vicina delle ventisei friggitorie del quartiere e chiedete, con tono esperto: un arancino, per favore. A seconda di dove siete il gestore, guardandovi con millenaria cortesia, ripeterà la vostra richiesta correggendola dal punto di vista grammaticale: lei vuole una arancina? Se è del genere cordialone/spiritoso, vi dirà sorridendo con gli occhi: perché qui arancini non ne abbiamo. Se invece è stanco, sfiancato da orde di turisti e affranto dall’aver affrontato per tutto il giorno orde di barbari che non sono in grado di riconoscere i maschi dalle femmine, vi chiederà sorridendo solo con la bocca: e come la vuole l’arancina?