«Se penso al Leoncavallo la prima cosa che mi torna in mente è il 16 agosto 1989, quando abbiamo resistito allo sgombero», racconta Sandrone Dazieri, scrittore e storico militante del centro sociale milanese. Famoso per la serie di romanzi noir con protagonista l’addetto alla sicurezza “Gorilla”, un ex leoncavallino e un tempo investigatore privato, Dazieri accanto alla scrittura ha sempre accompagnato l’attivismo. Parte del comitato di gestione del Leoncavallo fino al 1994, lo scrittore negli anni più infuocati per il centro si batteva per il diritto alla casa e contro il nucleare. «Un’ora di guerriglia urbana per dimostrare che non volevamo che venisse eliminata un’esperienza», continua Dazieri, «i cambiamenti culturali partono dal basso, dai movimenti. Il Leoncavallo svolgeva anche questa funzione. Adesso non so cosa succederà, ma penso niente di buono».

Il Leoncavallo nella sua storia ha conosciuto tanti tentativi di sfratto, cosa c’è di diverso questa volta? «Quello che sta accadendo è una vigliaccata, un pugno di ferro su un pezzo di storia di questa città lungo 50 anni. Certo, non è la storia dei grattacieli e delle feste bene, né dei nuovi locali alla moda milanesi». È che storia racconta? «È la storia di un luogo che ha sempre fatto cultura alternativa, aperto a tutti senza distinzioni. Anche se ha cambiato tante facce nel tempo. Oggi per andare a sentire musica o a qualsiasi evento culturale devi spendere molto. E controllano pure come sei vestito». Quella Milano alternativa quindi non esiste più? «Sono tanti anni che provano a mettere una pietra tombale sulle culture alternative. Ma una Milano altra esisterà sempre: non tutti vogliono come stile di vita “produci, consuma, muori”. Questa è una fase storica orribile per la classe politica che abbiamo. La stessa giunta milanese ha delle grosse responsabilità per la trasformazione della città da accogliente a città riservata ai soli ricchi. Il non essere stato in grado di impedire lo sgombero è un segnale di forte debolezza per il sindaco».