di
Alessio Di Sauro
Il giallista dopo lo sgombero: «Provo rabbia, perché una cosa del genere è una forzatura rispetto al buon senso, e amarezza: gran parte della vita del Leoncavallo coincide con la mia. Da antagonisti abbiamo imparato a coltivare il dubbio»
Che potesse finire così non se l’aspettava. Sandrone Dazieri non credeva che a siglare l’ultimo atto dell’esistenza del Leoncavallo potesse essere un fabbro. In una mattinata d’estate, di quello stesso agosto in cui, nel 1989, andò in scena il più clamoroso dei tentativi di sgombero del mitico centro sociale milanese. Era l’alba del post ferragosto e lui era in prima fila, in quei «62 minuti di resistenza» contro le forze dell’ordine che si sarebbero conclusi con l’arresto di 30 e più compagni di avventura. In manette ci finì anche lui, Dazieri, giovane attivista ben prima di diventare affermato scrittore: «Avevamo dormito sul tetto, al risveglio ci ritrovammo circondati dai carabinieri — ricorda — . Ci furono scontri, tentammo di resistere e ci allontanammo, ci bloccarono all’oratorio. Per fortuna il gip non convalidò l’arresto».
Trentasei anni e decine di volumi pubblicati dopo, dinanzi all’ultimo atto del centro sociale che ne assorbì gli anni della giovinezza, prova rabbia e amarezza. In ordine rigorosamente consequenziale. «Rabbia perché uno sfratto del genere è una palese forzatura rispetto al buon senso, dal momento che l’arrivo dell’ufficiale giudiziario era previsto non prima del 9 settembre e c’era una mediazione in atto col Comune — attacca —, amarezza perché gran parte della vita del Leoncavallo in fondo coincide con la mia».











