di
Gianni Santucci
Il centro sociale di Milano sgomberato il 21 agosto è la realtà antagonista più longeva d'Italia. La prima sede in via Leoncavallo, tra scatoloni e fiale abbandonate. Poi gli scontri, lo spostamento in via Watteau. Nel 2006 Sgarbi assessore propose di vincolarne i graffiti
Dove questa storia ebbe inizio, mezzo secolo fa esatto, la scena è questa: palazzina residenziale, facciata di piastrelle bianche lucide. A piano strada, sede dismessa d’una banca: nelle due rientranze che facevano da ingresso, i letti di cenci di due clochard; alle 14 di ieri ce n’è solo uno, un ragazzo arabo, dorme su un tappeto riparato da cartoni, abbracciato a un trolley azzurro. Sole a picco su via Leoncavallo, civico 22. Il «Leonka», la più celebre e longeva realtà antagonista d’Italia, prende il nome dalla via milanese intitolata al compositore e librettista napoletano Ruggero Leoncavallo. Qui avvenne la prima occupazione, il 18 ottobre 1975. Cinquant’anni di storia si possono raccontare solo con una sequenza di scene.
1975, la fabbricaDal racconto di Roberto Cimino, nel comitato della prima occupazione (dal sito del Leoncavallo): «La casa farmaceutica proprietaria dello stabile aveva abbandonato macchinari, scatoloni, fiale, tappi e medicinali. Ci vollero molte settimane per rendere vivibile il posto». Area enorme, 3.600 metri quadrati. Le fabbriche sono ancora anima e paesaggio di Milano, anche se iniziano le prime dismissioni: nel 1975 il quartiere Casoretto è terra d’operai adiacente a Lambrate, con le grandi fabbriche, Innocenti e Marelli, fino a alla Falck verso Sesto, la Stalingrado d’Italia. Al Leoncavallo entra la sinistra extraparlamentare, movimenti post ‘68, l’obiettivo è aprire «cuscinetti» tra fabbriche e quartieri. Asili, laboratori, teatro, doposcuola, assistenza: le attività sociali non si fermeranno mai.










