Possono due miliardi cambiare le sorti di Intel? Può l’aiuto di Donald Trump salvare una Big Tech in crisi?

O, per dirla meglio: esiste, nel 2025 – cioè nel momento clou dell’avvento dell’intelligenza artificiale – la possibilità di ridisegnare e rilanciare un’azienda di microprocessori che ha fatto la storia dell’informatica ma che, negli ultimi dieci anni, ha commesso una serie di errori che l’hanno condotta sulla soglia del fallimento?

Per provare a rispondere, occorre tornare indietro nel tempo, perché i chip Intel nascono dentro le sue fabbriche.

La crisi del colosso di Santa Clara ha una data di nascita abbastanza precisa, e poi una lunga fase di aggravamento. Intorno al 2015, Intel cominciò a perdere il passo con il proprio vantaggio storico, scivolando sui processi produttivi.

L’azienda che ha praticamente inventato la «legge di Moore» – che in pratica ha calcolato il ritmo di crescita della potenza di calcolo dei chip con una regolarità quasi svizzera – ha perso il suo vantaggio tecnologico sui nodi produttivi, cioè sulla capacità di rendere i microprocessori più piccoli, più veloci e meno energivori. I ritardi nel processo a 10 nanometri hanno aperto lo spazio per AMD nei server e consentito ai rivali TSMC e Samsung di accelerare e di acquisire nuovi clienti.