C’ è una neolingua che occorre usare per non essere respinti nel limbo dei disumani. Essa comporta che non si chiamino le cose col loro nome, che le parole si distendano soffici su tutto ciò che disturba il quadretto idilliaco che i buoni, i giusti, i progrediti, intendono avere dinanzi a sé come metafora ispiratrice per commentare la realtà. E quando la realtà ci restituisce qualcosa di ingiusto, di brutto, ecco che subito l’uso della neolingua deve lenire quella ferita per fare in modo che l’opinione pubblica non ne rimanga turbata e non manifesti rabbia. È qualcosa che si situa tra il “follemente corretto” di cui parla Luca Ricolfi e il newspeak di cui scriveva Orwell nel suo 1984.

Accade così che se quattro ragazzini rom rubino un’auto travolgendo una 70enne che camminava sul marciapiede per i fatti suoi scattano le regole non scritte della neolingua. Intanto non va menzionata l’etnia (un tg ha specificato che si tratta di ragazzini nati in Italia) perché i rom devono essere sempre e solo vittime. I rom sono emarginati e come tali meritevoli di uno sguardo pietoso e grondante desiderio di integrazione. Ancora, i minori che hanno commesso il crimine diventano baby-pirati, sono inconsapevoli bimbi che la società non ha saputo proteggere secondo la singolare tesi della scrittrice Viola Ardone che paragona i quattro delinquenti ai personaggi della favola di Hansel e Gretel. Giocavano, in fondo, senza avere la nozione di bene e male. Di chi la colpa? Se poi parla Matteo Salvini ecco ergersi all’orizzonte della retorica parolaia della sinistra il perfetto capro espiatorio sul quale far ricadere le colpe di un’infanzia traviata. E come si permette il leader leghista di invocare le ruspe per i campi rom?