Parole nuove per idee vecchie. Parole nuove per rendere rassicuranti cose spaventose. Parole nuove per rendere accettabili cose inaccettabili. Parole pensate per camuffare cose che, chiamate con il loro nome, risulterebbero più difficili da dire. Gli esempi sono molti. Dal condono che diventa pace fiscale all’intolleranza trasformata in tolleranza zero, fino alle stragi di civili riportate come effetti collaterali di una guerra. Anche l’etichetta cambiamento climatico, che oggi sembra neutra, è stata coniata dai conservatori americani per sostituire la più allarmante riscaldamento globale. Lo spiegava qualche anno fa George Lakoff nel suo libro Non pensare all’elefante, mostrando come questo sia da sempre uno dei modi in cui la politica orienta il nostro pensiero. Inventare parole nuove, potremmo dire, per nascondere l’elefante nella stanza. Parole come quella remigrazione a cui è intitolato il ritrovo internazionale dell’estrema destra che si terrà domani in Italia. Il dizionario Treccani la definisce un «eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Ciò a cui remigrazione si riferisce, a partire dalla sua originaria forma tedesca Remigration, è di fatto la deportazione in massa della popolazione immigrata. Tra i primi a proporla – per i richiedenti asilo, per gli immigrati con permesso di soggiorno e per quelli che chiama «cittadini non assimilati» – è stato il leader dell’estrema destra austriaca Martin Sneller, presto seguìto dal partito dell’estrema destra tedesca (l’AfD di cui molto si discute in questi giorni). Eletta nel 2023 in Germania come parola indesiderata dell’anno ( Unword of the Year ), la parola risuona ormai con frequenza anche nella politica italiana: in slogan minacciosi come «Remigrazione. Inverti la rotta» o, con una rima dagli echi storici ancor più tremendi, «Remigrazione unica soluzione».