La Normale di Pisa ha recentemente diffuso una guida all’uso del linguaggio esteso, onde rifiutare ogni discriminazione e «promuovere, all’interno della propria comunità e all’esterno, tutte le azioni, le iniziative e le buone pratiche che contribuiscono a valorizzare la diversità individuale e culturale e a favorire un ambiente aperto, equo e accogliente». Fra i vari esempi di parole che l’ateneo sconsiglia di utilizzare si trova anche il termine «straniero», del quale si suggerisce il sostituto «internazionale». Per fare un esempio pratico, è giudicato inopportuno dire «studente straniero» preferendo la formula «studente internazionale», che tuttavia non è un sinonimo. Sempre alla Normale non è consigliata la dizione «africano» bensì l’astrusità «afrodiscendente», né il termine «immigrato» che va rimpiazzato con «di background migratorio» e altre amenità. Questa premessa per ricollegarci alla disamina di Luigi Bisignani sul fenomeno Checco Zalone che sta battendo ogni record al box office con il suo film Buen Camino, uscito nelle feste natalizie. Bisignani sottolinea come Zalone faccia ridere senza chiedere permesso, gesto sovversivo in un periodo storico soffocato dal giudizio e in cui il cinema italiano, certi talk show e certi quotidiani pretendono di dare lezioni di vita e di storia. Un periodo in cui, aggiungiamo noi, non si può più dire nulla, né ridere di alcunché, per paura che si svegli qualche sottocategoria d’individui a gridare all’offesa mortale per una qualche parola di uso comune finita nottetempo all’indice in quanto discriminatoria per chicchessia. Il modello imperante è insomma quello delle serie Netflix, dove persino Alessandro Magno diventa nero e dove spopolano i personaggi LGBTQ+, sempre ritratti in maniera positiva pena la dannazione eterna.