La cultura woke ci ha abituato ai cortocircuiti mentali e morali. Non è un caso: essendo la forma contemporanea dell’ideologia e del mito, essa per principio non fa i conti con la realtà e quindi cade facilmente in contraddizione. Finendo, quasi sempre, per escludere e discriminare proprio in nome della cosiddetta “inclusività” e della non discriminazione. L’ultimo esempio ci arriva da Roma, ove un recente annuncio di affitto è stato pubblicato su Facebook e ci ha fatto sapere che «la casa non ammette ragazzi etero perché ci sono delle ragazze e quindi la scelta ricadrà su una ragazza o un ragazzo gay». Il motivo? «La presenza di un ragazzo etero non farebbe stare a proprio agio» i componenti, ragazze o appartenenti alla comunità LGBTQ+.
Un tempo, quando i social non ancora esistevano ma l’immigrazione interna raggiungeva il suo punto di massima, non era raro trovare sulle porte di abitazioni nelle città del Nord Italia cartelli che, dopo il classico “Affittasi”, specificavano che non si volevano «napoletani» o «meridionali». Così come oggi che l’immigrazione viene soprattutto da paesi lontani ogni tanto si ha notizia di cartelli che vietano l’affitto a persone di colore o, ad esempio, di provenienza africana. Sono episodi sempre più ridotti per due motivi, di cui il primo riconducibile alla cultura liberale ed il secondo a quella woke, che liberale proprio non è. Il liberale, infatti, sa bene che le persone si giudicano per i loro comportamenti e sulla capacità di rispetto per l’altro che mostrano.






