Ieri la sinistra ha celebrato il decennale della legge sulle unioni civili. Unioni che, dopo il boom iniziale, hanno cominciato a calare progressivamente. Nel 2024 le unioni civili sono state 2936, in lieve calo rispetto all’anno precedente (-2,7%) e anche il numero del 2025 indica una flessione del 3,1%. Cifre non entusiasmanti, che hanno indotto i celebranti della legge Cirinnà a puntare sul futuro. Così da Boldrini a Zan il coro è stato a una sola voce: quando saremo al governo – loro già si sentono a Palazzo Chigi – noi del Pd faremo passi avanti nel campo dei diritti civili con matrimonio egualitario – che comporta le adozioni per le coppie omosessuali – e una legge contro l’odio omotransfobico. Una riedizione dunque del famigerato ddl Zan sul quale anche molta parte della stessa sinistra sollevò dubbi in quanto lesivo del diritto di opinione e sospettato di voler introdurre forme di indottrinamento ideologico nelle scuole.

Una giornata dunque in cui è tornata in piena luce quella parte consistente del fronte progressista che per usare l’espressione sarcastica di un giornalista inglese pensa più ai bagni gender fluid che alla classe operaia. Il dibattito era stato imbavagliato dopo che la vittoria del centrodestra alle elezioni politiche del 2022 era stata letta come una rivincita dell’antiwokismo e come una reazione conservatrice a certe astruserie lessicali troppo elitarie e troppo intellettualistiche. Eppure un anno dopo quella vittoria Elly Schlein ancora si abbeverava alle lezioni di Chiara Valerio la quale magnificava su Repubblica la ristampa del libro di Monique Wittig, Il corpo lesbico, avvertendo: «Essere lesbiche non è fare sesso, è fare politica». Ma chi è Monique Wittig? Una femminista francese protagonista di un gesto molto trasgressivo, antimilitarista e antivirilista: depose una corona di fiori sotto l’Arco di Trionfo «in onore di qualcuno che è ancora più ignoto del Milite Ignoto: sua moglie». Ma c’è di più: «Per Wittig – scriveva Valerio – il lesbismo non è solo un orientamento sessuale ma una pratica politica. Wittig lavora sui pronomi, cerca la scomparsa dei generi, scrive all’impersonale, smantella i generi grammaticali per tentare di intaccare le gabbie di genere nella società. Forse è troppo presto, oggi aggettivi come fluido o queer sono componenti di una riflessione che non riguarda solo le comunità omosessuali e gli studiosi e le studiose di genere. Corpi che mutano in nuove forme.