Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

11 MAGGIO 2026

Ultimo aggiornamento: 8:04

Il 20 maggio prossimo l’Italia celebra i 10 anni dalla pubblicazione, in Gazzetta Ufficiale, della legge n. 70 del 2016 sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Trattandosi della prima grande riforma del diritto di famiglia dal 1975, ai tempi c’era ben di che festeggiare, come se la lentezza della politica e il progresso dei diritti civili fossero fenomeni a cui rassegnarsi, da tenere sempre sullo sfondo, immobili come in un quadro di Edward Hopper.

Vale la pena ricordare che a quella legge non si è arrivati per la lungimiranza di qualche politico, ma per l’attivismo – neanche troppo slanciato, per la verità – dei giudici, che soli hanno saputo dare sostanza ai diritti civili fino ad allora previsti solo nelle dichiarazioni di qualche politico. Quindi no, la legge non la si deve a Matteo Renzi o al Partito Democratico, che pure l’hanno votata (sulle fasi concitate di approvazione, che hanno portato a una legge dimezzata, e tuttavia hanno consentito a Renzi di prendersene il merito, vedi l’articolo del 2016 di Diego Pretini). La legge la dobbiamo ai giudici, alla Corte costituzionale, alla Corte di Cassazione, e anche a qualche tribunale di merito, che ad un certo punto hanno dato attuazione alla Costituzione: all’articolo 2, che parla di “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”; all’articolo 3 sull’uguaglianza; e infine all’articolo 29, che riconosce “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, quest’ultimo sempre usato contro i diritti delle persone LGBTIQ, come se si potesse usare liberamente la Costituzione per discriminare un gruppo sociale.