C’ è qualcosa di grottesco, quasi comico, nel vedere certa sinistra radical snob scagliarsi con veemenza contro il nuovo Codice unico per lo spettacolo, accusandolo di voler “imporre” l’italianità. Ma davvero - nel Paese di Verdi, Puccini e Rossini siamo arrivati al punto in cui parlare di Italia è sospetto, come se difendere il proprio patrimonio culturale fosse un gesto d’intolleranza?

Il nuovo Codice, tra i suoi molti punti, introduce un principio di buon senso: favorire la programmazione e la valorizzazione delle Opere italiane, del nostro repertorio nazionale, delle musiche che hanno costruito l’identità stessa dell’Europa. Eppure, apriti cielo: titoloni indignati, dichiarazioni sdegnate. Come se l’idea di dare spazio a Cimarosa, a Paisiello, a Bellini o a Donizetti fosse un atto sovversivo.

In Francia, per esempio, Jean-Philippe Rameau è un monumento nazionale: viene eseguito ovunque, sostenuto dai teatri pubblici, promosso nelle scuole, e nessuno si sogna di gridare al “neonazionalismo musicale”. In Germania, Händel e Weber sono parte del Dna culturale. In Russia si studiano Glinka, Musorgskij e Rimskij-Korsakov come pilastri identitari. In Inghilterra, Britten è tutelato come Shakespeare. Ma in Italia, no. In Italia, appena osi pronunciare la parola “italianità”, qualcuno si alza a dire che “suona male”, che “è divisiva”.