Se credevate ingenuamente che i "martiri" esistessero solo nell’immaginario islamista, vi sbagliavate. E di grosso. L’Italia, a quanto pare, ne è piena. L’intero Occidente ne è pieno. Un Occidente ormai popolato da una nuova generazione di “santificatori” del terrorismo. Oggi, i miliziani di Hamas non solo vengono giustificati, ma addirittura celebrati: pianti come vittime, esaltati come eroi, idolatrati come simboli di una causa a cui si perdona tutto, anche il massacro. Per assurdo, i terroristi di Hamas vengono compatiti, idealizzati e mitizzati più in Europa che in Medio Oriente. È un paradosso grottesco e alquanto allarmante: mentre alcune società arabe iniziano lentamente a interrogarsi sulle responsabilità del fondamentalismo, qui da noi si elevano a icone coloro che, sotto il pretesto di una presunta resistenza, seminano morte deliberata. A furia di confondere vittima e carnefice, il terrorismo viene romanticizzato, i tagliagole umanizzati e i martiri consacrati.
È questo, ovviamente, il caso di Anas Al Sharif: pseudo-giornalista, ma in realtà figura di spicco di Hamas, la cui voce oggi viene fatta risuonare in Italia come se fosse quella di un profeta. A Ferrara ne hanno messo il ritratto sotto la lapide delle vittime, fra le quali anche due ebrei, dell’Eccidio del Castello estense, ricordato da Giorgio Bassani nel racconto La notte del ’43 e poi dalla sua versione cinematografica diretta da Florestano Vancini.














