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Ultimo aggiornamento: 17:25
Quando giornali e giornalisti abbandonano il loro ruolo e fanno politica, dovrebbe suonare un campanello d’allarme collettivo. Con la tragedia in corso a Gaza, quasi nessun media ne esce totalmente innocente. Prendiamo l’uso del termine “terrorismo”: cosa significa davvero? Prima delle opinioni va ricordato che non esiste una definizione giuridica condivisa a livello universale.
Espressioni come “terroristi di Hamas”, “terroristi di Hezbollah”, o addirittura “giornalista terrorista”, come apparso sul quotidiano La Repubblica per Anas Al-Sharif, il collega di Al Jazeera ucciso in un attacco dell’Idf, sono cariche di implicazioni pesanti, spesso rimosse o corrette in seguito.
Le Nazioni Unite non hanno mai codificato una definizione formale di “terrorismo”, sebbene abbiano riconosciuto concetti come “movimento di liberazione nazionale” e “diritto all’autodeterminazione”. La parola “terrorismo” è facilmente manipolabile, a seconda del contesto storico, geografico o politico. Nel caso dell’Isis o di Al Qaeda, è stato relativamente semplice raggiungere un consenso nel definirli come organizzazioni terroristiche, perché erano entità amorfe, senza governance statale e con obiettivi poco coerenti. Viceversa, la Palestina (e Hamas) presenta caratteristiche tipiche di uno stato-nazione: governo riconosciuto, popolazione stabilmente radicata in un territorio con confini più o meno definiti, e riconoscimento diplomatico esteso.







