Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 8:00

Ci vuole coraggio e determinazione, ha ragione Giorgia Meloni. Mettere in piedi un’opera tanto rischiosa e costosa richiede un bel pelo sullo stomaco. E loro ce l’hanno, i leghisti intendo. Già campioni nazionali di grandi opere in perdita (Pedemontana Lombarda, Brebemi, Pedemontana Veneta, …) ora passeranno alla storia, con l’attuale compagine governativa. Proprio loro, che fino a non molti anni fa pensavano alla Sicilia come a un’appendice dell’Africa.

Dopo 50 anni di discussioni, leggi, contro-leggi, ricorsi e ancora discussioni, stavolta il Ponte sullo Stretto appare all’orizzonte. Alla faccia di chi non ci credeva più, ed erano tanti. Almeno la prima pietra, poi si vedrà. O meglio, ci penseranno i prossimi governi. E colpisce l’ostinazione, quasi si trattasse dell’ultima spiaggia per smuovere l’elettorato.

Con provvedimenti ad hoc ed escamotage giuridici – ad esempio i “Motivi imperativi di rilevante interesse pubblico” – hanno neutralizzato paletti normativi e ambientali che avrebbero rallentato o bloccato l’iter, per arrivare in tempi record all’approvazione del Cipess (governo). E se anche la Corte dei Conti non avrà da eccepire si apriranno i lavori, grazie a un nuovo impianto del progetto esecutivo (non più sull’intera opera ma diviso per fasi).