Di Michele Serra apprezzo spesso l’ironia e la cultura con le quali sa mettere le sue critiche al riparo almeno parziale dal dissenso. Ma questa volta, scrivendo del Ponte con la maiuscola, che è quello progettato sullo stretto di Messina e ormai avviato concretamente verso la costruzione, non sono riuscito ad appezzarlo leggendolo su Repubblica. Dove egli ha dimostrato verso gli italiani una sfiducia a dir poco sproporzionata. Secondo lui, pur nostro connazionale, siamo «maledetti» perché non sapremmo «riparare una buca» e ci siamo messi in testa, con la Meloni a Palazzo Chigi e Matteo Salvini al Ministero delle Infrastrutture, di voler fare col Ponte come Brunelleschi con la sua cupola a Firenze. O Michelangelo a Roma e via via scorrendo l’elenco dei capolavori fra i quali viviamo.

Non ha capito, il povero Serra, che noi italiani non sappiano riparare le buche proprio perché sappiamo fare molto di più. Siamo specialisti delle cose eccezionali, come di recente Mario Sechi ha dimostrato in una serie televisiva trattando dei capolavori manifatturieri e altro di oggi, non di ieri e dell’altro ieri.

Capolavori fra i quali troverà il suo posto il Ponte, appunto. Che fra le varie fortune ha avuto quella di essere stato sostenuto dalla buonanima di Silvio Berlusconi ma non, prima di lui, da Benito Mussolini o da Licio Gelli. Che si sono limitati a condividere con troppo massonica preveggenza la prospettiva della separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Se ci fosse stato anche il Ponte tra le preferenze e i sogni di Mussolini e di Gelli esso avrebbe dovuto superare anche la prova dell’antifascismo, della massoneria eversiva e simili. Gli sono rimasti addosso solo i sospetti di mafia, che rischia di intrufolarsi fra gli appalti e dintorni, e di sfortuna idrogeologica, diciamo così. Cioè di sfiga, come si dice dalle parti del Colosseo romano, al massimo grado. Come quella evocata sulla Stampa da Mario Tozzi immaginando il Ponte resistente sì ad un terremoto di grande potenza, con le sue «170 mila tonnellate di acciaio e cemento lanciati sul mare», ma poi destinato a collegare soltanto «due cimiteri». Al cui stato sarebbero destinate la Sicilia e la Calabria per le condizioni di degrado delle loro strade, delle loro case, delle loro scuole, dei loro ospedali, delle loro Chiese e via dicendo, capaci di crollare ad ogni capriccio o incidente della natura.